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PressRelease - Responsabilità editoriale di NEW LIFE BOOK
La giustizia è il principio fondante della civiltà, eppure, esistono casi in cui questa architettura si incrina e mostra le sue contraddizioni più profonde. Sono storie in cui il peso della legge sembra distribuire il suo carico in modo impari, lasciando alle vittime e ai loro familiari non una riparazione, ma un ulteriore senso di perdita. "La mia versione di te", l'opera autobiografica di Denise Denaro per Europa Edizioni si inserisce in questa crepa del sistema giudiziario e mediatico. Più di un memoir, è un atto di resistenza contro una narrazione pubblica distorta e un apparato normativo che ha concesso a chi ha tolto la vita il privilegio dello sconto di pena. L'autrice non si limita a raccontare il dolore della perdita: compie un gesto più complesso, più radicale. Scrive per opporsi alla cancellazione, per restituire al padre una dignità che gli è stata negata non solo dalla violenza dell’omicidio, ma anche dalla semplificazione operata da tanti giornali.
Questo libro denuncia un paradosso: l’idea che la giustizia finisca talvolta per tutelare più i colpevoli che le vittime, prima di tutto a causa dell’omertà dei contesti sociali in cui si esercita la violenza, poi per il bisogno di archiviare il prima possibile un evento scomodo. "La mia versione di te" si oppone a questo silenzio e ribadisce un principio fondamentale: la memoria non può essere soggetta a prescrizione.
Denise Denaro compie un gesto radicale: si riappropria della narrazione. Se la vicenda di suo padre è stata a lungo filtrata attraverso lo sguardo di altri – i giornali, il tribunale, l’opinione pubblica – questo libro diventa il luogo in cui il racconto torna alla sua fonte più autentica: la famiglia, e in particolare una figlia che ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quella storia.
Attraverso il suo sguardo, il padre viene ritratto come un uomo di principi, un lavoratore instancabile, un punto fermo in una famiglia segnata da sacrifici, ma soprattutto da affetti profondi. La narrazione restituisce il senso concreto della sua presenza: non solo l’immagine pubblica di un uomo tragicamente scomparso, ma il suo ruolo nelle vite di chi lo ha amato, le piccole abitudini, la dedizione nei gesti quotidiani e il profondo senso di responsabilità.
Eppure, questa riscrittura non è priva di tensioni. La memoria privata si scontra con la rappresentazione pubblica, con la semplificazione imposta da chi racconta una storia senza averne vissuto il centro emotivo. L’autrice si muove tra questi due poli, cercando di ricomporre un’immagine che sia più vicina alla verità vissuta che alla verità raccontata.
Nel libro è evidente la discrepanza tra il dolore personale e il linguaggio del diritto. Denise Denaro racconta la disillusione che nasce quando il processo, anziché portare chiarezza e conforto, diventa un ulteriore campo di battaglia. La verità giudiziaria non è necessariamente la verità degli uomini, e i procedimenti legali si trasformano spesso in una seconda condanna per chi è rimasto. Tutto concorre a una sensazione di smarrimento e di ingiustizia, come se la vittima fosse costretta a giustificare sé stessa, a rivivere continuamente il proprio dolore senza la certezza di un riconoscimento pieno.
Il libro pone dunque un interrogativo essenziale: la giustizia è un valore assoluto o un compromesso tra norme, convenzioni e limiti umani? E cosa succede quando chi ha subito una perdita scopre che le sentenze non riportano equilibrio, ma lasciano una ferita aperta?
La scrittura di Marri si muove su un doppio binario: da un lato, la testimonianza, il bisogno di fissare sulla pagina eventi e ricordi per sottrarli alla dispersione del tempo; dall’altro, il flusso di coscienza, che restituisce il tumulto interiore della protagonista in una narrazione che non si limita a ricostruire i fatti, ma li attraversa emotivamente. Questa doppia anima stilistica – diaristica e riflessiva al tempo stesso – conferisce al libro un carattere intimo e diretto che trasforma la lettura in un’esperienza di condivisione profonda.
Il tempo narrativo non è lineare, ma frammentato: il passato e il presente si sovrappongono, con continui rimandi che mostrano come gli eventi non appartengano mai del tutto al passato, ma continuino a esercitare la loro influenza sulla coscienza della protagonista. Il linguaggio è spontaneo e carico di emozione, ma mai privo di controllo. La scrittura, pur nella sua immediatezza, è guidata da una chiara volontà di riflessione: ogni ricordo è interrogato, ogni evento analizzato. Questa tensione tra esperienza vissuta e consapevolezza critica conferisce al testo una profondità che si trasforma in un’indagine su cosa significhi ricordare, raccontare e dare un senso alla propria storia.
Sembra che scrivere, per Denise Denaro, diventi un atto di giustizia, come se il libro fosse un tentativo di correggere una distorsione. Se i fatti possono essere registrati in modo neutro, il loro senso dipende sempre da chi li racconta. La narrazione personale permette di restituire complessità agli eventi là dove la cronaca li appiattisce, per ridare corpo e voce a un padre, un marito, un uomo che non deve essere dimenticato. Vuole essere il riscatto di una storia intera, che si rifiuta di essere raccontata da altri senza possibilità di replica.
Ma la scrittura, da sola, non basta. Ogni racconto esige un lettore capace di interrogarsi, di non fermarsi all’apparenza. "La mia versione di te" è un invito alla riflessione: quanto spesso accettiamo una narrazione senza chiederci cosa ci sia dietro? Quanto di ciò che crediamo vero è frutto di un racconto parziale? La responsabilità di chi legge non è minore di quella di chi scrive: scavare nelle storie, cercare la verità oltre i titoli è l’unico modo per rendere giustizia non solo ai fatti, ma alle persone che li hanno vissuti.
La giustizia, come principio, dovrebbe restituire equilibrio, riconoscere il valore della verità e sanare le ferite inflitte dall’ingiustizia. Eppure, ciò che emerge da questo libro è il senso di una battaglia continua, combattuta non solo nelle aule dei tribunali, ma anche nella sfera più intima della memoria. Se le sentenze possono essere ribaltate, se gli assassini possono godere di permessi premio a pochi anni dalla condanna, allora il dovere della memoria è di impedire che l’oblio vinca e che il passato venga riscritto da chi ha più potere per farlo.
Denise Denaro raccoglie questa eredità con la determinazione di chi ha visto il proprio dolore trasformarsi in una pratica burocratica, in una sentenza modificabile, in una narrazione che ha spesso escluso la prospettiva di chi ha subito la perdita. Il suo libro è un ponte tra la sfera privata e quella pubblica, tra il bisogno personale di ricordare e l’urgenza di rendere testimonianza. L’eredità di un uomo non è solo il modo in cui muore, ma il segno che ha lasciato nella vita di chi lo ha amato.
Alla fine, "La mia versione di te" è una storia di resistenza contro la dimenticanza, un atto di giustizia che non cerca vendetta, ma verità. Perché la giustizia fallisce quando dimentica, ma la memoria non può permetterselo. E finché qualcuno continuerà a raccontare, nessuna storia sarà mai davvero perduta.
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