BRUXELLES - Compattezza, fermezza, apertura al dialogo. Ad una manciata d'ore dall'inizio di una imprevedibile guerra commerciale con gli Stati Uniti, Ursula von der Leyen prova a fare quadrato attorno all'esecutivo Ue. E tenta, soprattutto, di scongiurare le possibile crepe che l'attacco di Donald Trump ai prodotti europei potrebbe innescare tra i 27. "Una cosa deve essere chiara: l'Europa non ha iniziato questo scontro ma è pronta a rispondere con forza", ha scandito la numero uno di Palazzo Berlaymont di fronte agli eurodeputati a Strasburgo. La linea, con l'avvicinarsi del D-Day del 2 aprile, non è cambiata. Anzi, all'interno della Commissione si sta radicalizzando una convinzione: una reazione di portata equivalente alle tariffe che imporrà Washington, in questo momento, è la sola strada perseguibile.
Certo, molto dipenderà dalla dimensione dei dazi che il presidente americano deciderà mercoledì alle 22. Prevederlo, ancora in queste ore, per Bruxelles resta difficile. In Commissione sono pronti una serie di piani di risposta, a seconda delle percentuali delle tariffe e del numero di categorie di prodotti che saranno coinvolti. Le ultime affermazioni di Trump a riguardo - "saremo gentili" - non hanno illuso più di tanto i vertici europei. La porta agli Stati Uniti è aperta ma le condizioni per un dialogo potrebbero cambiare.
"Andiamo verso i negoziati con una posizione di forza, l'Europa ha molte carte in mano", ha sottolineato von der Leyen. A essere colpiti, innanzitutto, potrebbero essere i servizi che gli Usa esportano oltreoceano. Verrebbero inoltre ripristinate quelle tariffe introdotte dall'Ue in occasione della prima guerra commerciale con Trump. Tariffe poi a lungo sospese. Salendo di livello è tutt'altro che escluso che Bruxelles punti il mirino verso le Big Tech, che, tra l'altro, potrebbero essere sanzionate per violazione del Digital Market Act. Infine, c'è il bazooka dello strumento di coercizione, una sorta di golden power che l'Ue ha istituito per difendersi dalle politiche commerciali aggressive.
Negoziare ma anche diversificare: a prescindere da come si concluderà questa prima battaglia sui dazi, Bruxelles sa che non potrà contare su Washington come prima. Dall'inizio dell'anno la Commissione ha accelerato sui partenariati commerciali con i Paesi terzi, dal Messico al Sudafrica. Il 3 e 4 aprile, a Samarcanda, si terrà il primo vertice tra Ue e Asia Centrale: von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa voleranno in Uzbekistan per delineare una partnership strategica con una regione cruciale anche in chiave anti-Russia.
"Lo scontro sui dazi è un errore degli Usa, abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per proteggere la nostra gente e la nostra prosperità", ha rimarcato von der Leyen di fronte alla plenaria. Parole che possono far forza su un punto: la competenza a riguardo è a capo esclusivamente della Commissione. Ma il rischio di una spaccatura politica sulla risposta europea non è scongiurato.
Al momento von der Leyen può contare sulla ferma sponda di Costa e sul sostegno dei partiti europeisti, Popolari, Socialisti e liberali. Anzi, parlando in Aula un Manfred Weber particolarmente duro ha sottolineato che il giorno della liberazione, come Trump ha definito il 2 aprile, sia in realtà "il giorno del risentimento". "Ma dove sono gli amici di Trump in questo momento, ci hanno parlato?", ha incalzato il leader del Ppe. L'offensiva commerciale degli Usa ha un po' stordito i sovranisti, e lo stesso premier ungherese Viktor Orban, sul tema, sembra meno spavaldo. I distinguo, tuttavia, già spiccano.
Ungheria, Polonia e soprattutto Italia restano convinti assertori di una linea morbida. "Non è intelligente" parlare di rappresaglia, è stato l'attacco sferrato da Matteo Salvini a von der Leyen. "Il muro contro muro non serve", ha invece osservato Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo Ecr. Ma non tutti, né tra i Conservatori né tra i Patrioti, la vedono come i membri italiani. I dazi di Trump, politicamente, rischiano di spaccare non solo l'Ue ma anche quell'Europa che guarda al presidente americano come proprio riferimento.
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