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Delitto di Garlasco, i legali della famiglia Poggi: 'Si cerca solo uno da dare in pasto ai media'

Delitto di Garlasco, i legali della famiglia Poggi: 'Si cerca solo uno da dare in pasto ai media'

Memoria al gip: 'Generica evocazione sul Dna non cambia il quadro'

MILANO, 03 aprile 2025, 17:10

Redazione ANSA

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Chiara Poggi - RIPRODUZIONE RISERVATA

Chiara Poggi - RIPRODUZIONE RISERVATA

La "generica evocazione di una 'compatibilità' del profilo" oggetto delle "27 analisi effettuate in sede peritale" con "quello dell'attuale indagato", Andrea Sempio, "non modifica in alcun modo il quadro probatorio, a maggior ragione in assenza di qualsiasi contatto fra l'assassino e le unghie della vittima", come dimostrato nell'appello bis su Alberto Stasi. Lo scrivono i legali dei familiari di Chiara Poggi, Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, in una memoria al gip di Pavia, parlando dell'insistito "tentativo del condannato" di cercare "con ogni mezzo, un responsabile 'alternativo'" da dare "in pasto al circuito mediatico". 

L'avvocato Gian Luigi Tizzoni, che assiste la madre e il padre di Chiara, e il legale Francesco Compagna, che rappresenta il fratello Marco, amico da sempre di Sempio, in una memoria di sette pagine, depositata il 25 marzo alla giudice Daniela Garlaschelli, che ha fissato per il 9 aprile l'udienza sul maxi incidente probatorio con analisi genetiche richiesto dai pm, parlano della "sorprendente apertura di un terzo procedimento penale nei confronti di Andrea Sempio sulla base di elementi probatori introdotti dalla difesa del condannato".

Difesa di Stasi che ha depositato, infatti, ai pm di Pavia l'ormai nota consulenza sul Dna, oltre a un'altra sull'impronta di scarpe, dando così di fatto impulso alle nuove indagini sul 37enne, già archiviato nel 2017 e di fatto anche nel 2020.

Nelle sette pagine i legali dei Poggi ripercorrono anche tutti i dati probatori, certificati nelle sentenze definitive, che hanno portato alla condanna di Stasi. E scrivono: "Dispiace allora dover rilevare, a fronte di argomentazioni così chiare e precise, che il trascorrere del tempo ha invece consentito la reiterazione e la diffusione mediatica di ipotesi e di suggestioni del tutto prive di fondamento, a dispetto degli ulteriori, numerosi provvedimenti nel frattempo succedutisi al riguardo con il defaticante coinvolgimento dei più vari organi giurisdizionali".

I legali descrivono anche come "peculiare" nel suo "sviluppo" il nuovo procedimento riaperto su Sempio, per quelle "plurime attività di impulso della difesa del condannato non indirizzate agli organi giudiziari effettivamente competenti in tema di revisione", ma volte a "sollecitare" le indagini. 

Il "tema della 'taglia' delle scarpe" di Alberto Stasi non ha assunto "alcun rilievo decisivo nel giudizio" a suo carico, "se non in ragione dell'anomalo svolgimento degli accertamenti volti all'acquisizione delle biciclette e delle scarpe". E lo stesso Stasi, poi, aveva anche scarpe di taglia 43 e "superiore". Lo scrivono i legali Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, avvocati dei familiari di Chiara Poggi, in una memoria depositata alla gip di Pavia.

In questo passaggio dell'atto, i legali fanno notare come, secondo la sentenza della Cassazione che ha accolto la richiesta di riapertura delle indagini dei pm, il "dato nuovo" starebbe in quell'altra consulenza della difesa di Stasi sulla ormai nota impronta delle scarpe "a pallini" sul tappetino del bagno, con cui si punta a contestare il precedente accertamento da cui risultò che era di una "taglia 42 marca Frau".

Un "simile dato" aveva assunto "un pur ridotto rilievo indiziario" nei confronti di Stasi e per la sua condanna. Molti "altri" sono "ovviamente gli elementi probatori", spiegano i legali, che hanno portato alla condanna di Stasi "oltre ogni ragionevole dubbio": dalla "mancata menzione della bicicletta nera da donna", alla presenza del Dna della vittima sui pedali, alla "scoperta dell'operazione di montaggio e smontaggio" dei pedali, fino alla "palese falsità" del suo racconto sulla scoperta del corpo e alla "impossibilità di attraversare" la scena del crimine "senza lasciare tracce" di sangue "sulle suole" e sui "tappetini" della sua auto.

Anche se quell'impronta sul tappetino del bagno, dunque, fosse di una taglia maggiore al 42, è il ragionamento, non cambierebbe il quadro, anche perché lo stesso Stasi aveva anche "scarpe di marca Frau taglia 43", come dimostrato già nelle indagini del 2007. 

Nella memoria i legali, "pur nel rispetto delle scelte investigative" della Procura di Pavia, criticano "l'ampiezza degli accertamenti prospettati" sul fronte genetico, "del tutto decontestualizzati dalla dinamica dei fatti" e nella forma irripetibile. E riportano, poi, le parole del gip che nel 2017 archiviò la posizione di Sempio, evidenziando la "inconsistenza degli sforzi profusi dalla difesa di Stasi" per trovare un "alternativo colpevole".

Anche il tema che riemerge di ulteriori "impronte sul dispenser" del bagno, secondo i legali, è irrilevante rispetto al dato accertato nella sentenza definitiva su Stasi. Così come è "davvero fuor d'opera", scrivono, la "formulazione di ipotesi afferenti ad ipotetici rapporti misteriosi che avrebbero accompagnato la vita della defunta Chiara Poggi". Anche perché pure su questo vennero fatti "minuziosi accertamenti".

Nell'atto dei legali si dà conto passo passo dei "numerosi tentativi", respinti, "di ribaltare la sentenza di condanna passata in giudicato", ossia del "ricorso straordinario per Cassazione", di "due tentativi di revisione", uno dei quali con successivo ricorso in Cassazione, e di "una sentenza della Cedu". Oltre ai due passati procedimenti su Sempio, uno col coinvolgimento anche della "società privata di investigazioni Skp". I legali stigmatizzano le "reiterate iniziative volte a sovvertire la sentenza" definitiva e richiamano l'ordinanza della Corte d'Appello di Brescia "sulla palese insussistenza dei presupposti per una revisione" e sulla "assoluta certezza raggiunta in merito alla responsabilità" di Stasi.

La questione del Dna era già stata "sottoposta a specifica disamina della Procura di Pavia" e del gip nel 2017. Il giudice parlò di "evidente impossibilità di procedere ad una qualsiasi identificazione dotata di valore scientifico" e della "riconducibilità di quantitativi estremamente esigui di materiale genetico a trasferimenti da contatto mediato". Ora quella "generica evocazione di compatibilità" sembra solo "aver determinato un enorme impatto sui mass media". Già i giudici della sentenza d'appello bis, poi divenuta definitiva, scrivevano che "Chiara non si è difesa e non ha reagito affatto", perché si fidava dell'aggressore. 
   

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