"Non potevo uscire di casa da sola,
dovevo essere sempre accompagnata da un fratello o da mio padre.
Sono stata costretta ad indossare l'hijab. La scuola impone una
separazione tra uomini e donne. Ci sono quelle per noi e quelle
per i maschi". A parlare è Maryam, 29 anni, originaria di Herat
e fuggita da Kabul subito dopo il ritorno dei talebani al
potere.
Laureata in Scienze Politiche, riesce a lasciare
l'Afghanistan insieme al marito Nawid, di 31 anni, dipendente
della Banca Mondiale a Kabul impegnato a sostegno dei diritti
umani.
Maryam e Nawid, costretti a fuggire da Herat, si rifugiano in
Pakistan dove, sempre a causa di restrizioni pesanti dovute alla
loro condizione di rifugiati afgani, hanno vissuto 14 mesi
difficili. Senza lavoro perché impossibilitati a uscire di casa
a causa delle regole stringenti della polizia, sono riusciti a
lasciare il paese e a raggiungere l'Italia. Approdati a Larino,
sono ora ospiti del progetto Sprar gestito dall'Istituto Gesù e
Maria del paese.
Maryam già da piccola ha dovuto lasciare Herat per seguire il
padre in Iran dove ha vissuto come rifugiata afgana. "Non
eravamo considerati uguali e non avevamo gli stessi diritti. In
Iran c'erano restrizioni molto pesanti - racconta all'ANSA -.
Sono stata costretta già da piccola ad indossare il velo ed era
vietato tutto, persino partecipare a gare sportive a scuola. Per
poter studiare, la mia famiglia ha dovuto pagare tanti soldi. La
situazione in Iran era insostenibile e così con i genitori sono
tornata in Afghanistan poco dopo la caduta dei talebani".
"Non sono stati anni facili quelli vissuti in Afghanistan e
ad Islamabad poi -. Non si poteva uscire di casa e se la polizia
ti scopriva per strada bisognava pagare per evitare di essere
condotti negli uffici nonostante avessimo visto e documenti in
ordine. Impossibile lavorare. Riuscivamo a malapena a mangiare".
Maryam e Nawid, oggi sereni e sorridenti, sono a Larino dove
si trovano molto bene: il loro figlio di 5 anni frequenta la
scuola d'infanzia. Dell'Afghanistan nessuna nostalgia. "No, non
pensiamo di tornare - hanno spiegato -. Il nostro futuro è
proiettato in Italia. Pensiamo ad un master in Scienze politiche
poi un lavoro".
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