"Oggi festeggiamo la bella notizia che da domani si può andare a teatro tutti". Non poteva cadere sotto miglior auspicio dell'allargamento al 100% di capienza delle platee, il debutto di "Paradiso XXXIII", il nuovo spettacolo di Elio Germano e Teho Teardo sull'ultima parte della terza cantica della Divina Commedia, quella che mise Dante di fronte al paradosso di dire l'indicibile e comunicare l'ineffabile. Nato dopo la lettura di quegli stessi versi alla presenza del presidente Sergio Mattarella a settembre 2020, in apertura delle celebrazioni del 700/o anniversario della nascita del Sommo poeta, "Paradiso XXXIII" arriva ora in scena commissionato dal Ravenna Festival (prima assoluta 11-13 ottobre all'Alighieri) come terzo capitolo di un'ideale "commedia" dell'uomo, sospesa fra ambizione del divino e perdizione diabolica, dopo il Dante Metànoia di Sergei Polunin e Faust rapsodia di Luca Micheletti. Ma è anche il frutto di un ampia coproduzione con Pierfrancesco Pisani per Infinito Produzioni, Fondazione Teatro della Toscana, Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara Claudio Abbado, Teatro Amintore Galli di Rimini e sarà in tournée fino a febbraio con tappe a Ferrara, Firenze, Rimini, Venaria Reale, Milano e Roma.
Un vero "viaggio nella meraviglia", di cui Germano firma la drammaturgia, Teardo la musica, inaudita e imprevedibile, e la regia è di due artisti visionari (e, come Dante, creatori di visioni) come Lulu Helbæk e Simone Ferrari, già firme di spettacoli per le Cirque du Soleil e cerimonie olimpiche.
"Dentro questo spettacolo c'è tutto: concerto, teatro, intelligenza artificiale, video - racconta Germano - È uno sfogo di tutto quello che non abbiamo potuto fare ne' vedere in questi mesi. È il tentativo di essere divulgativi senza dare nessuna spiegazione al testo, ma, piuttosto, offrendone un dispiegamento, nel senso di un tentativo di eliminare il più possibile le pieghe e dilatare le bellissime parole di Dante.
Una messa in scena che ricorda un po' una messa cattolica, in cui io sono il tramite tra il pubblico e la divinità, che in questo caso è Dante".
Di precedenti a tu per tu con quei versi, il teatro italiano ne conta di eccelsi, da Gassman a Carmelo Bene fino, in tempi recentissimi, Roberto Herlitzka e Giorgio Colangeli. "Mi piacciono gli attori che dicono il testo che conoscono, permettendo al pubblico di capire - commenta Germano - Io qui sono chiamato a divulgare Dante. A fare qualcosa che possa aiutare il pubblico a frequentarlo, per restituire vita a qualcosa che troppo spesso sa di carta e polvere". "Oggi - prosegue - tutto è ridotto a titoli: cosa ha fatto Dante? Cosa ha fatto Foscolo? O a pacchetti, come al supermercato. Una dinamica che non insegna nulla e soprattutto non insegna ad attraversare da se' la vita. Vedere l'arte a pacchetto da consumare porta a credere che poi ci sarà a latere una spiegazione, una via più semplice, che ti spiegherà cosa 'vuol dire'. E' la cosa più violenta e lontana dalla vita e dalla verità. Per me a scuola andrebbe studiata una sola poesia per cinque anni, così da essere allenati a capire tutto il resto".
Nello spettacolo, ma non solo, "la musica - aggiunge Teardo - può dire quello che le parole non riescono. Immagino Dante che si ritrova davanti al Cosmo. Quando chiude la Divina Commedia, chiude il testo,ma sembra quasi aprire un altro universo. Ecco, per me questo è lo spettacolo delle possibilità".
"Il nostro compito è solo accompagnare lo spettatore", concordano i registi Helbæk e Ferrari, alle prese con "un immaginario collettivo sulla Divina commedia lungo 700 anni. Un fardello gigantesco - sorridono - Ma è tutto lì. C'è solo da immergersi occhi, orecchie e farsi trasportare".
Ma in che girone Germano oggi metterebbe chi ha chiuso i teatri per la pandemia? "Per fortuna non faccio il giudice - risponde lui - Se fossi stato coevo di Dante, io di certo non sarei finito troppo in alto. Facendo l'attore poi - ride - mi ritrovo e mi piacerebbe interpretare in tutti i suoi personaggi, uomini, donne, bambini".
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