/ricerca/ansait/search.shtml?tag=
Mostra meno

Se hai scelto di non accettare i cookie di profilazione e tracciamento, puoi aderire all’abbonamento "Consentless" a un costo molto accessibile, oppure scegliere un altro abbonamento per accedere ad ANSA.it.

Ti invitiamo a leggere le Condizioni Generali di Servizio, la Cookie Policy e l'Informativa Privacy.

Puoi leggere tutti i titoli di ANSA.it
e 10 contenuti ogni 30 giorni
a €16,99/anno

  • Servizio equivalente a quello accessibile prestando il consenso ai cookie di profilazione pubblicitaria e tracciamento
  • Durata annuale (senza rinnovo automatico)
  • Un pop-up ti avvertirà che hai raggiunto i contenuti consentiti in 30 giorni (potrai continuare a vedere tutti i titoli del sito, ma per aprire altri contenuti dovrai attendere il successivo periodo di 30 giorni)
  • Pubblicità presente ma non profilata o gestibile mediante il pannello delle preferenze
  • Iscrizione alle Newsletter tematiche curate dalle redazioni ANSA.


Per accedere senza limiti a tutti i contenuti di ANSA.it

Scegli il piano di abbonamento più adatto alle tue esigenze.

Applausi e commozione ai funerali di Lina Wertmuller

L'addio alla regista

Applausi e commozione ai funerali di Lina Wertmuller

Nella Chiesa degli Artisti l'omaggio di Giannini e Pavone. La figlia: 'Sarebbe bello se Roma dedicasse a mamma una piazza o un teatro o un cinema'

ROMA, 10 dicembre 2021, 14:17

di Francesca Pierleoni

ANSACheck

Giancarlo Giannini ai funerali di Lina Wertmuller - RIPRODUZIONE RISERVATA

Giancarlo Giannini ai funerali di Lina Wertmuller - RIPRODUZIONE RISERVATA
Giancarlo Giannini ai funerali di Lina Wertmuller - RIPRODUZIONE RISERVATA

Tanta commozione, gli applausi della folla, all'entrata e all'uscita del feretro, gli omaggi di amici come Giancarlo Giannini e Caterina D'Amico, ma anche lo humour della regista, evocato con il racconto di aneddoti sul set da parte del nipote Massimo Wertmuller e di Rita Pavone.

Sono fra i tratti che hanno delineato i funerali, alla Chiesa degli Artisti a Roma, di Lina Wertmuller, la grande cineasta scomparsa il 9 dicembre, nella capitale, a 93 anni. Un ultimo saluto al quale hanno partecipato, fra gli altri, anche Giuliana De Sio, Domenico De Masi, Yari Gugliucci (che considerava la regista come una seconda madre), Marina Cicogna ("Abbiamo fatto insieme film come Mimì metallurgico e Storia d'amore e d'anarchia. È sempre stata nella mia vita - ha detto la produttrice all'ANSA -. Era una delle persone più divertenti, leggere, intelligenti, più piacevoli che abbia mai conosciuto"), Cinzia Th Torrini, Elisabetta Villaggio, figlia di Paolo, Leopoldo Mastelloni, Duilio Giammaria. La figlia adottiva della regista, Maria Zulima Job, visibilmente commossa, è arrivata tenendosi per mano con il compagno Alessandro e circondata dai famigliari e dagli amici più stretti.

"Lina è stata un'artista libera, ha portato avanti la sua visione del mondo e delle cose. Ha conservato per tutta la vita l'anima di scugnizza, di bambina ribelle, con il suo estro e la sua curiosità", ha sottolineato nell'omelia Don Walter Insero, rettore della Chiesa degli Artisti e amico personale della cineasta. Tra i tanti successi della regista, il monsignore ne ha ricordato anche uno poco conosciuto: "E' stata con Sergio Corbucci campionessa romana di Boogie-woogie negli anni 50... comunicava gioia di vivere". Insero l'ha conosciuta 10 anni fa: "Ho visto una donna semplice e sinceramente umile. Non badava ai premi, li accoglieva. Ha sempre voluto raccontare la gente comune" e si è messa "dalla parte degli umili". La vita, "mi diceva, dura una mezz'oretta non possiamo sprecarla piangendoci addosso, va vissuta nell'amore'". Una personalità che il rettore della Chiesa degli Artisti ha sintetizzato nella frase con cui si chiude Otto e mezzo di Fellini e si apre l'autobiografia della cineasta: "La vita è una festa, viviamola insieme". Dopo la messa, è stato l'amico Domenico De Masi a introdurre gli omaggi di Caterina D'Amico (che ha condiviso con lei anche il periodo di Lina Wertmuller come commissario straordinario al Centro Sperimentale di Cinematografia, dal 1988 al 1993, nel quale ha scardinato "coniugando anarchia e disciplina", le rigidezze di "un'istituzione che allora sembrava un distaccamento dell'Inps"); Antonio Petruzzi, attore nel primo film di Lina Wertmuller, I basilischi; Giancarlo Giannini, Rita Pavone e Massimo Wertmuller. "Da una parte piango mia zia, che si porta via tutti i miei ricordi belli di famiglia. Poi si piange il genio che ho avuto la fortuna di avere dentro casa", ha sottolineato il nipote della regista, che ha anche rievocato il modo deciso e il linguaggio a volte colorito utilizzato della cineasta sul set. "Io cara Lina avrei voluto avere anche una cellula sola con l'occhialetto bianco, non è andata così. Oggi per me e Maria si apre una voragine che non si colmerà".

Giancarlo Giannini ha ricordato un'amicizia lunga 60 anni: "Con lei ho fatto i miei film più belli, mi ha forgiato, sono stato il suo pongo, senza di lei avrei continuato a fare il perito elettronico" ha spiegato l'attore, salito sul presbiterio tenendo stretta una commossa Rita Pavone. A conclusione del suo intervento anche i versi di una poesia amata dalla regista, La goccia, "che voglio leggere come un regalo da parte del suo grande amore Enrico Job". Rita Pavone ha definito Lina Wertmuller "la mia mamma artistica. Mi ha portato a fare cose che mai avrei pensato di poter fare. Era frizzante e spumeggiante con un carattere che adoravo".

 

LINA WERTMULLER, UNA RIVOLUZIONARIA OLTRE I GENERI - Quegli occhiali bianchi, divenuti nel tempo un simbolo e un'icona, non celano più il brillio birichino e pungente della donna e dell'artista che per decenni ha riunito in sé un'immagine dell'Italia applaudita e amata in tutto il mondo. Lina Wertmüller non c'è più, ma potremmo scommettere che proprio in questo momento, da qualche altra parte, sta ridendo del suo ennesimo scherzo al destino: la morte non le faceva paura: "Gli anni ci sono e si sentono - diceva appena poco tempo fa - ma lavorando mi sono divertita tutta la vita e non è poco". Per capire il segreto di questa artista dalla volontà ferrea, dal talento inesauribile, dal fisico minuto e dal cuore grande, bisogna forse tornare molto indietro, alle origini della sua carriera.

Fin da ragazzina ha il fuoco dello spettacolo nelle vene, scopre il teatro tradendo le aspettative di famiglia, ma si concentra su tre linguaggi diversi: le marionette (ha il dono di dare un'anima a ciascuna), la radio (dove compone un brillante sodalizio con Matteo Spinola, poi elegante principe della promozione cinematografica), il cinema di scuola felliniana (il Grande Riminese sarà il suo mentore all'esordio nella regia). In più ha nel bagaglio due maestri d'eccezione come Garinei & Giovannini che la porteranno in tv per una fortunata edizione di "Canzonissima". In questo crogiuolo di esperienze si va formando un talento originale e, paradossalmente, senza una sola discendenza artistica.

Quello di Lina è un linguaggio spregiudicato, in anticipo sui tempi, capace di portare la commedia sui sentieri dell'assurdo e, insieme, di restare legato alla realtà di un paese che cambia e scopre il benessere del boom. Il suo esordio con "I basilischi" (1963) è un esplicito omaggio a "I vitelloni" di Fellini ma, fin dall'ambientazione in un Sud a lei ben noto (il film fu girato in gran parte a Palazzo San Gervasio nel potentino da cui veniva la sua famiglia), parla di un'altra Italia, solare e disincantata che tornerà spesso nella sua narrazione del mondo. Non a caso la motivazione dell'Oscar alla carriera che nel 2020 confermò il prestigio internazionale che l'Academy le attribuiva fin dalla nomination come migliore regista (prima donna in assoluto a ottenere l'attenzione di Hollywood nel 1977 per "Pasqualino settebellezze") recita: "per il suo provocatorio scardinare con coraggio le regole politiche e sociali attraverso la sua arma preferita: la cinepresa".

Oggi ci lascia in eredità 23 film, alcuni dei quali sono pietre miliari del costume ("Mimì metallurgico…", "Travolti da un insolito destino…") e altri perfetta incarnazione di un'idea colorata e attraente dell'Italia ("Sabato, domenica e lunedì" e il sodalizio con l'amica adorata Sophia Loren). Ma il tratto in fondo più originale è la spregiudicata libertà delle sue scelte: debutta col cinema d'autore, ma subito dopo non si fa scrupolo di provarsi (sotto pseudonimo) con lo spaghetti western ("Il mio corpo per un poker" con Elsa Martinelli) per far capire ai produttori che la regia è anche mestiere da donna; scopre la vena istrionica di Rita Pavone, la collauda in un paio di "musicarelli" e poi la esalta nel memorabile "Giornalino di Gianburrasca" girato per la televisione tra il 1964 e il 1965.

Raggiunto il successo nel decennio d'oro degli anni '70, vira ancora verso il racconto surreale ("La fine del mondo nel nostro solito letto", 1978); si dedica a Napoli e alla sua cultura prediletta, ma il suo grande ritorno viene in accordo col genovese Paolo Villaggio per "Io speriamo che me la cavo" (1992). Disgustata dalla disattenzione della distribuzione tradizionale, abbraccia nuovamente il racconto televisivo alle soglie degli anni Duemila, ma dopo il David di Donatello alla carriera del 2010 depone le armi e si ritira in un dignitoso silenzio. Un vero peccato perché la sua verve è viva fino all'ultimo giorno e dal suo carniere avrebbe potuto estrarre altri gioielli.

"Ho sempre avuto un carattere forte, fin da piccola - raccontava Lina Wertmueller- . Sono stata addirittura cacciata da undici scuole e sul set ho sempre comandato io". 

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

Da non perdere

Condividi

Guarda anche

O utilizza