(di Paolo Petroni)
Se una cosa ci ricorda questa
pandemia è che la natura è sempre più forte, più resistente
dell'uomo. Non per nulla molti scrittori (e poi drammaturghi,
registi di film e artisti diversi) da sempre hanno raccontato e
creato storie esemplari, tra cronaca e metafora, su pestilenze,
epidemie e altri cataclismi che cancellano o quasi il genere
umano dalla Terra e ne mettono a nudo la sua vera natura. Allora
questi romanzi, queste cronache di day after, queste
supposizioni di arrivo al limite e di salvezza in extremis, con
cui viviamo una qualche consonanza, possono essere qualcosa che
ci aiuta a capire e riflettere su quel che ci sta accadendo in
questo 2020, magari a metabolizzarlo in qualche modo, così da
ripartire, come si dice ora, sapendo almeno un poco di più chi
siamo.
Il Covid-19, che potrà essere reso innocuo solo con un
vaccino, ha riaperto la discussione sull'opportunità e necessità
appunto delle vaccinazioni. Ai no-vax con le loro ragioni
generalmente pretestuose e fantomatiche sarà allora bene
ricordare che c'è stata una stagione in cui i vaccini non
c'erano e viene allora a proposito ''Nemesi'', bel libro di uno
dei grandi scrittori del secondo Novecento, Philip Roth
(Einaudi, pp. 190 - 11,00 euro).
Siamo in un'estate non lontanissima e che molti anziani
possono ricordare, quella del 1944 in una ''Newark equatoriale''
per il caldo assoluto spossata e annichilita dall'imperversare
di una terribile epidemia di polio che minaccia di menomazione e
perfino di morte soprattutto i giovani e i bambini della
cittadina del New Jersey, dove vive gente normale e modesta come
tanti. Ricordiamo, al di là del romanzo, che la grave malattia
continuò a mietere vittime, come molti anziani ricordano bene,
avendo conosciuto quasi tutti un compagno di scuola o un
amichetto menomato dalla polio, sino alla fine degli anni '50,
mentre cominciava a essere usato il vaccino Salk e poi quello
orale di Sabin dal 1962. Lo scrittore, narrando della malattia
che comincia a falcidiare i ragazzi del campo giochi, ci fa
partecipare anche alle più piccole sfaccettature di ogni
emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura,
panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore, che purtroppo
abbiamo ben sperimentato anche nei mesi recenti.
Protagonista del racconto di Roth è Bucky Cantor,
istruttore atletico di giovanetti ebrei del suo quartiere al
campo giochi. Siamo alla fine della seconda guerra mondiale e
lui non è stato arruolato per un grave difetto alla vista. Così,
sfuggito a una guerra, ne ingaggia un'altra, privata, contro la
malattia nel tentativo di opporsi alla catastrofe, all'epidemia
doppiamente ingiusta e terribile, perché colpisce soprattutto
gli innocenti, ed è imprevedibile e inafferrabile, tanto da
spingerlo a un certo punto a dubitare di Dio mentre scopre
d'essere l'inconsapevole tramite del contagio fra i suoi
ragazzi, prima di esserne vittima lui stesso e vivendo la cosa
come la punizione di una colpa da espiare che lo isolerà per il
resto della sua vita. Bucky ha perso l'uso della mano sinistra e
ha il braccio avvizzito e così i muscoli del polpaccio sinistro,
per cui deve indossare un apparecchio ortopedico sotto i
pantaloni. ''Hai preso la polio - dissi a Cantor - come tutti
noi altri così sfortunati da prendercela undici anni prima del
vaccino. La medicina del XX secolo ha fatto progressi
fenomenali, ma un po' troppo lenti per noi due''.
Il vaccino, appunto, era di là da venire e, tra le pagine di
questa storia, si agitano le cupe domande che ci riguardano
oramai da vicino e ricorrono ossessive in molti dei romanzi di
Roth all'inizio di questo millennio: quali sono le scelte che
imprimono una svolta fatale a un'esistenza? In che modo un
individuo può resistere alla forza degli eventi?
La verità, per lo scrittore israeliano Etgar Keret, è che è
come vivessimo su un transatlantico gigante, il Titanic, e solo
quando tutto è fermo ci possiamo dire in salvo, ma pensando
probabilmente di essere approdati in un luogo diverso da quello
che ci eravamo proposti. Forse sarebbe meglio se a questo mondo
cambiassimo meta volontariamente prima che sia troppo tardi. E
dice questo dopo aver spiegato a Wlodek Goldkorn di credere, con
i racconti di ''Un intoppo ai limiti della galassia''
(Feltrinelli, pp.184 - 16,00 euro), d'essere entrato in
sintonia con lo spirito del tempo del coronavirus ''perché parlo
della nostra solitudine, della nostra distanza dall'altro e
anche di come la nostra realtà cambi velocemente e diventi
sempre più difficile da capire''. Specie se non ricominciamo a
impegnarci a cercare di capirci tra noi.
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