E' una tigre e, dopo la sua morte, il suo fantasma, il protagonista di un testo americano sulla guerra in Iraq portato al successo a Broadway da Robin Williams nel 2011, ''Una tigre del Bengala allo zoo di Baghdad'' di Rajiv Joseph, e che ora propone, vestendo questi curiosi panni, Luca Barbareschi, per riaprire martedì 29 settembre a nuova vita il Teatro Eliseo.
''Ho scoperto di avere la maturità giusta, a 60 anni, per questo testo - dice l'attore e regista - che sento intimamente vicino, in cui tutte le cose che dico le condivido. Passiamo la vita a inseguire alcune cose, poi scopriamo che c'è un lavoro come questo che ci insegue lui e, per fortuna, ci raggiunge nel momento giusto''.
Rajiav Joseph, di padre indiano, paese in cui è vissuto a lungo, per tre anni in Senegal con Corpo di Pace, fatti che gli danno una visione delle cose del mondo molto più aperta, come dice lui stesso, l'11 settembre ha cominciato a sentirsi davvero e profondamente americano. ''Al tempo della guerra in Iraq mi risultava molto difficile capire davvero cosa stesse avvenendo e cercavo di informarmi e leggere - spiega l'autore - Noi cittadini dobbiamo tener d'occhio la politica per poter reagire e risponderle ognuno a suo modo, io lo faccio con la scrittura e, per certe cose riesce facile, per altre molto impegnativo come nel caso di questo testo, che ha trovato la propria strada dopo che ho letto un articoletto sul New York Times. Raccontava di due militari Usa che allo zoo di Baghdad avevano trovato una tigre rimasta intrappolata nella sua gabbia: uno aveva tentato di darle da mangiare e ci aveva rimesso un braccio, l'altro l'aveva uccisa. Vi ho visto tre personaggi in una situazione assurda, come estranei al contesto della guerra e che mi potevano permettere di immaginare qualcosa di buono, lasciando da parte la cronaca''.
Vari testi di Joseph, che ha una rara abilità nel fondere tragedia e commedia, vertono attorno a animali perchè, dice: ''mi affascina il punto di vista istintivo dell'animale, spesso intrappolati nella follia degli uomini. Mi servono per esplorare in modo onesto e diretto le azioni degli uomini. La tigre, con gli occhi apolitici e primitivi della quale viene guardata e raccontata la guerra e gli uomini, rappresenta la forza istintiva, naturale, rispetto a quella razionale e folle degli uomini, e il mio lavoro nasce da questo fertile confronto-contrasto''.
L'altro personaggio chiave è Musa, un iracheno che trova a dover fare da interprete tra i i militari americani e i suoi connazionali, ''costretto a tradurre anche cose che non condivide e a non esprimere mai il proprio parere - sottolinea Joseph - si trova ad essere il centro di uno scontro linguistico e culturale durante il quale, come in ogni traduzione, qualcosa si perde ma qualcosa si può anche guadagnare. Musa è un uomo con la vocazione d'artista che perderà con la guerra la propria innocenza e fantasia, tanto che si ritroverà pronto per impugnare un'arma''.
A Musa darà vita Marouane Zotti, Kev e Tom i due militari sono Denis Fasolo e Andrea Bosca, cui si aggiungono il figlio terribile di Saddam, Houssein Thaeri; una donna e una lebbrosa, Nadia Kibout; Hadia, sorella di Musa, Sabrie Khamiss. ''La prima scena è folgorante e bellissima, tanto che, al termine, verrebbe voglia di calare il sipario e fermarsi lì'', racconta Barbareschi. E Joseph ricorda come quei 10 minuti li scrisse a suo tempo dopo aver letto quell'articoletto e come l'avesse mandata a un festival di corti teatrali della New York University, dove fu bocciata, ma, rimasta nel cassetto, ha cominciato a lievitare pian piano e qualche anno dopo ho sentito la voglia di svilupparla come è ora, intervistando reduci e cittadini iracheni, per capire davvero la situazione, la cultura, il disastro di questo paese lontano ma che ci coinvolgeva molto direttamente''. Lo spettacolo all'Eliseo si replica sino all'11 ottobre e, come tutti quelli della stagione, avranno come ora di inizio le 20.
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