"È davvero scioccante, pensavo che gli Usa non avrebbero imposto tariffe così elevate": le poche parole di Tran Nhu Tung sintetizzano il comune sentire del Vietnam. Tung è presidente del consiglio di amministrazione della Thanh Cong, una fabbrica di Ho Chi Minh City che produce vestiti per Dkny e Walmart, tra gli altri.
L'annuncio di Donald Trump di imporre i dazi del 46% sul Paese ha travolto come uno tsunami la sua azienda, che esporta il 25% dei suoi prodotti negli Stati Uniti. Nel suo 'giorno della liberazione', il tycoon ha infatti voluto punire più duramente tutto il sudest asiatico, a partire dalla Cambogia e fino al martoriato Myanmar, con tariffe monstre che se da una parte vogliono colpire quelli che gli analisti considerano 'mercati ombra' della Cina, dall'altra rischiano di danneggiare le grandi multinazionali americane, che negli ultimi anni avevano spostato la loro produzione proprio in quei Paesi per schivare lo scontro commerciale tra Washington e Pechino aperto durante il primo mandato del tycoon.
La Cambogia, economia in via di sviluppo in cui il 17,8% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, è il paese più colpito della regione con tariffe del 49%. Segue il Laos - 18,3% di tasso di povertà - con dazi per 48%. La lista prosegue con Vietnam (46%), Myanmar (45%), Thailandia (37%), Indonesia (32%), Malesia (24%), Brunei (24%), Filippine (18%) e anche Singapore (10%). Finora, nessuna delle nazioni ha parlato di tariffe di ritorsione. Al contrario, pur condannando le "incomprensibili" misure imposte da Trump, hanno chiesto di proseguire il dialogo per risolvere al meglio la situazione.
La posta in gioco è troppo alta, così come l'esposizione nei confronti degli Usa. Un esempio su tutti è il Vietnam, dove la borsa di Hanoi ha registrato un crollo con il suo indice principale che ha chiuso in ribasso del 6,7 percento, il suo calo maggiore dal 2001. Nel corso degli anni, il Paese ha sfruttato la sua posizione geografica e la manodopera qualificata a basso costo per posizionarsi come un polo manifatturiero alternativo in Asia: l'anno scorso, il suo export verso gli Stati Uniti ha raggiunto i 142 miliardi di dollari, quasi il 30% del Pil.
Per correre ai ripari, il primo ministro vietnamita Pham Minh Chinh ha ordinato la costituzione di una task force, puntando a negoziare con gli Usa. Ma il futuro resta incerto, mentre secondo gli analisti l'obiettivo americano resta chiaro: danneggiare gli interessi della Cina nella regione.
"L'amministrazione Trump pensa che prendendo di mira questi Paesi possa colpire gli investimenti cinesi in Stati come Cambogia, Laos, Myanmar, Indonesia", ha affermato Siwage Dharma Negara, ricercatore senior presso l'Iseas-Yusof Ishak Institute di Singapore. Tuttavia, i nuovi dazi sul sudest asiatico potrebbero rivelarsi anche un boomerang nei confronti di molte aziende americane, in particolare nel settore delle calzature e dell'abbigliamento. In Vietnam, Nike ha prodotto il 50% delle sue scarpe e il 28% dei vestiti nel 2024. Nelle contrattazioni di giovedì mattina, le azioni della multinazionale sono crollate, insieme a quelle di aziende come American Eagle, Deckers e di Vf Corporation, che raggruppa marchi quali The North Face, Timberland, Vans e Jansport.
E guardando oltre, tra le aziende americane con interessi nella regione ci sono il colosso dell'arredamento Wayfair - che ha ceduto il 28% in borsa - e marchi di giocattoli come Hasbro, SpinMaster, Mattel e Crayola, ma anche di tecnologia come Apple e Samsung. Aziende che con le nuove tariffe, dovranno affrontare costi molto più elevati da assorbire o trasferire ai clienti. E che potrebbero essere costrette a cercare mercati alternativi per la loro attività.
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