"La ricostruzione del passato è
stata spesso manipolata al fine di fornire una interpretazione
dei fatti che è funzionale alla tutela di interessi non alti, ma
altri rispetto alla ricostruzione autentica di tanti eventi
cruciali e cupi degli ultimi decenni di storia del nostro Paese.
La strage di via D'Amelio, tragica nel suo esito umano e
deflagrante sul piano politico istituzionale dell'epoca in cui
si consumò, ne è esempio paradigmatico e pone un tema
fondamentale, quello della verità nascosta, o meglio non
completamente disvelata".
Lo scrive il tribunale di Caltanissetta nelle motivazioni
della sentenza con cui a luglio scorso ha dichiarato prescritta
l'accusa di calunnia aggravata dall'aver favorito la mafia
contestata a Mario Bo e Fabrizio Mattei, due dei tre poliziotti
accusati di avere depistato le indagini sulla strage di via
D'Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli
agenti della scorta, e assolto il terzo imputato, Michele
Ribaudo. Il venire meno dell'aggravante ha determinato la
prescrizione del reato di calunnia.
"L'odierno collegio - spiegano - ritiene che il diritto alla
verità possa definirsi un fondamentale diritto della persona
umana nell'ambito del quale si fondono, fino a modificarsi
geneticamente quando entrano in contatto, sia la prospettiva
individuale, delle vittime e dei loro familiari, che quella
collettiva".
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