"Ai ragazzi di oggi mi viene da dire: non siate tristi. Dopo due anni di pandemia, nei loro occhi vedo un velo di tristezza e rassegnazione. Sono l'opposto di quello che eravamo noi. L'euforia per loro è una serie tv, per noi era il pane quotidiano". A raccontarsi all'ANSA è Daniele Luchetti, il regista delle nuove puntate de "L'amica geniale" di Rai1, che ai giovani negli anni ha dedicato una delle sue pellicole più celebri come "La scuola" e che a loro, o meglio a "Quando nacquero i giovani", intitola anche la sua "Domenica con…", lo spazio curato da Enrico Salvatori e Giovanni Paolo Fontana per Rai Storia, in onda il 20 febbraio dalle 14 a mezzanotte. In tutto, dieci ore di programmazione, scelte e commentate dal regista, in un viaggio che parte dall'americanizzazione della società italiana del dopoguerra, passando per il fenomeno del "giovanilismo" degli anni '60 fino alla "gioventù della crisi" degli anni '70. "Fino a quando ero ragazzino io, negli anni Sessanta - racconta all'ANSA Lucchetti, nato proprio nel 1960 - i 'giovani' non esistevano: si passava dall'essere bambino a diventare adulto, di colpo. La mia è stata la prima generazione a essere 'giovane', ad avere consumi, comportamenti, dischi, nati appositamente. La prima ad avere una posizione sociale che non ti pressava a metter su famiglia o cercare lavoro, accettando invece uno stazionamento più o meno lungo all'università. E il sentimento diventava poi comune anche ai più grandi: ricordo i miei genitori, che avevano vent'anni più di me, iniziare a sentirsi e fare di tutto per considerarsi giovani". Nella sua "Domenica con", Luchetti non è tornato alle contestazioni del '68. "Di quello sappiamo ormai tutto", dice. Ma per la prima serata ha scelto un film pluripremiato come "Il posto" di Ermanno Olmi (1961), seguito da "Lambro Musica Ribelle", il reportage di Alberto Grifi sulla tre giorni del Festival del Proletariato giovani, al parco Lambro di Milano nel 1976. Tra le chicche, nel pomeriggio c'è l'inchiesta di Ugo Gregoretti sui capelloni nella Bologna del Cantagiro 1966, o "Alta pressione" del 1962, primo varietà tv dedicato ai giovani, con Walter Chiari e gli esordi televisivi di Rita Pavone e Gianni Morandi. E poi "Diamoci del tu", presentato da Caterina Caselli e Giorgio Gaber in piena era beat, fino a "Castel Porziano. Ostia dei poeti", il documentario diretto da Andrea Andermann sulla tre giorni del Festival Internazionale dei Poeti nel 1979. "C'ero anche io - racconta oggi Luchetti - Andai per scattare fotografie, mia grande passione. Avevo appena 15 anni e mi dovette accompagnare papà in macchina. Me lo ricordo come un gran pentolone in cui bollivano tante cose ed ero sul palco quando immortalai l'episodio dell'uomo nudo. Com'ero io? Il tipico 'giovane' doc di quegli anni: ascoltavo il rock e suonavo in un complesso progressive, rigorosamente a orecchio, perché al tempo vigeva l'idea che nessuno fosse stonato. Ero simpatizzante della Fgc, rappresentate d'istituto, andavo alle manifestazioni, leggevo le riviste sulla sessualità e, ovviamente, ipotizzavo un mondo migliore. Ricordo - sorride- che al quarto ginnasio frequentavo le riunioni di autocoscienza femminile delle compagne di scuola che erano invece già all'ultimo anno. Loro mi vedevano come un cucciolo, io le guardavo come irraggiungibili. Mi sembrava che dietro al femminismo ci fosse un mondo nuovo, che i loro racconti della sessualità fossero molto più corretti di quelli maschili del tempo. E le ascoltavo con lo stesso entusiasmo con cui si ascolta una band rock. Poi, certo, già sognavo il cinema". E con due attrici giovanissime, Margherita Mazzucco e Gaia Girace, Luchetti ha lavorato anche per la terza stagione de "L'amica geniale". "No, non girerò la prossima - dice - Sto già lavorando a un nuovo film con Domenico Starnone. Lavorare con i ragazzi? Per certi versi si fidano maggiormente di un regista più grande, come posso essere io. Forse per loro è più facile affidarsi alle mani di una persona più esperta. Poi, però - sorride - capita di incontrali in pizzeria. Ti vorresti sedere con loro e ti accorgi che improvvisamente ammutoliscono, cambiano discorso. La pandemia - conclude - ha rubato loro tantissimo: si sono illusi che i rapporti smart possano sostituire quelli reali, che i social, il virtuale, siano come la vita. E non se lo meritano".
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